Nessuno è in grado di contribuire alla salvaguardia della biodiversità meglio di chi fa ricerca genetica e genomica sugli organismi viventi. Per questo il lavoro del Centro di ricerca per la genomica e la postgenomica animale e vegetale di Fiorenzuola d’Arda (PC), parte del CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, è fondamentale. Il direttore del Centro, Luigi Cattivelli, ha condotto, insieme a uno staff internazionale di circa 70 ricercatori coordinati dall’università di Tel Aviv, uno studio rivoluzionario, che ha permesso di identificare il genoma del farro selvatico, la pianta che ha dato origine ai frumenti odierni. In questa intervista, Cattivelli spiega come è stata condotta la ricerca, quali implicazioni ha, e perché è davvero importante.

Professor Cattivelli, cos’è il farro selvatico e qual è stata la sua evoluzione?

Luigi Cattivelli: “Il farro selvatico è il progenitore dei frumenti che coltiviamo oggi. Dal farro selvatico, circa 10mila anni fa è stato selezionato, inconsapevolmente, il farro coltivato, che ha dato origine al frumento duro (per capirci, quello che usiamo oggi). Possiamo dire che le prime forme di frumento duro hanno 6mila anni. Un tempo si preferiva il farro, poi, dalla fine dell’Impero romano, in Italia, la gente inizia a preferire il frumento duro”.

Cosa li differenzia?

Luigi Cattivelli: “Possiamo identificare tre forme: il farro selvatico, il farro coltivato e il frumento duro. Sono interfertili tra di loro, appartengono alla stessa specie ma si distinguono per particolari caratteri: in questo studio abbiamo preso un farro selvatico e sequenziato il suo genoma, un grande lavoro che ha determinato un passaggio scientifico fondamentale per l’innovativa tecnologia utilizzata. La principale caratteristica del farro selvatico è il rachide (spiga) fragile:  questo farro disperde i propri semi, un comportamento importante per l’evoluzione, perché se i semi germinano tutti insieme, nello stesso posto, si crea competizione tra progenie, dunque ha senso che ogni pianta disperda i semi in luoghi diversi, massimizzando così il successo riproduttivo. Ma è un comportamento tutt’altro che comodo per coltivarlo!”.

Come è avvenuto dunque il passaggio alla forma coltivata?

Luigi Cattivelli: “In Medio Oriente, nel Neolitico, l’uomo ha selezionato dei mutanti selvatici che non disperdevano i semi arrivando a determinare il passaggio dalla forma selvatica a quella coltivata. Non ne era consapevole naturalmente, ma di fatto è riuscito empiricamente ad attuare la selezione. Questo passaggio ha determinato, 10mila anni fa, la nascita dell’agricoltura. È interessante notare come quello che in natura è un carattere negativo, si trasformi in positivo se c’è la mano dell’uomo che raccoglie e cura la pianta. Si parla di addomesticamento delle piante, ed è lo stesso principio che vale per gli animali: se prendi un chihuahua e lo lasci da solo nel bosco muore, nonostante appartenga alla stessa famiglia dei lupi. L’uomo ha selezionato lupi deboli, che in natura sarebbero morti, addomesticandoli”.

Quali applicazioni potrebbe avere questa ricerca?

Luigi Cattivelli: “Questo articolo rappresenta uno strumento che può offrire diverse applicazioni. Quando hai l’informazione su tutti i geni, puoi applicarla a tanti casi specifici. È importante avere questa mappatura del farro perché i geni scoperti potrebbero essere utilizzati nelle forme coltivate attualmente: l’uomo ha praticato nel tempo questa selezione in modo inconsapevole, e dunque non necessariamente ha scelto il meglio; oggi ci accorgiamo che in alcune specie del passato sono presenti geni che resistono alle malattie, e possiamo quindi, con le tecniche moderne, inserirli mediante incroci nelle specie coltivate oggi”.

 

Redazione www.biodiversitywar.it

Fondazione BioHabitat

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