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In Valsamoggia, sul primo appennino tosco-emiliano, non molto distante da Bologna, c’è un piccolo borgo dove un gruppo di persone sperimenta da vent’anni le pratiche dell’agricoltura sostenibile: artisti, artigiani, architetti, contadini, docenti, fornai, allevatori che si dedicano all’arte e alla formazione sui temi dell’ecologia, della sana alimentazione, della permacultura e della custodia dei semi. L’associazione si chiama Geart, e come ogni anno l’8 e il 9 aprile qui si accoglie la primavera con la festa dei semi, un momento di scambio e d’incontro in nome della sovranità alimentare. Mahdi, 23 anni, fa parte del gruppo da due anni e si occupa della comunicazione online.

Mahdi, qual è la storia di Geart?

“L’associazione nasce 7 anni fa, ma il nucleo iniziale del gruppo ha iniziato a sperimentare pratiche agricole sostenibili molto prima, ormai 25 anni, quando Danusia Morrone, presidente di Geart, appena finita l’Accademia delle Belle Arti decise di comprare casa in un posto dove non c’era niente e nessuno. Ancora non si parlava di biologico, quelli furono i primi esperimenti di agricoltura sinergica e biodinamica. Piano piano, con la partecipazione di amici e conoscenti, questa zona di montagna si è ripopolata. Danusia ha creato un bellissimo erbario che ora, con la primavera, abbiamo allestito e riaperto”.

Quali attività svolgete?

“Lavoriamo molto sull’educazione ambientale e alimentare, con i ragazzi e con le scuole. Facciamo interventi artistici di land art, consulenza, progettazione e realizzazione di spazi verdi, catering con erbe, fiori e radici selvatici con i prodotti del nostro giardino in cui abbiamo oltre 250 specie commestibili, la biodiversità in una manciata di terreno. Poi c’è la festa dei semi, portiamo in giro i nostri teatri di paglia, vendiamo i prodotti del nostro orto nei mercati.

Perché è importante conservare e scambiare i semi?

“La diffusione dei semi è un gesto etico e libertario importante per la sovranità alimentare: le multinazionali gestiscono una grandissima percentuale delle sementi che vengono diffuse, non puntano sulla varietà, che è fondamentale per il benessere della terra e dell’uomo, e non c’è più la cultura dello scambio delle semente. Basti pensare che in tutto il mondo mangiamo tutti la stessa varietà di banana! Scambiare semi vuol dire arricchire la terra e diffondere la varietà delle specie. Inoltre i semi cambiano: di generazione in generazione le piante si sviluppano e si può fare una selezione: per esempio, dello spinacio, di cui tendenzialmente si raccoglie la foglia, un buon custode di semi selezionerà la pianta che va in fiore più tardi, così da raccogliere più foglie per più tempo: questa è l’agricoltura che funziona in sinergia con la natura”.

di Giulia Foschi

Redazione www.biodiversitywar.it
Fondazione BioHabitat

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