Voci dal terremoto: da Amatrice ad Accumoli, le aziende biologiche che lottano e resistono

L’Azienda Agricola Biologica Casale Nibbi si trova ad Amatrice, in una zona montana ancora incontaminata, vicino al Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Lunghi filari di mele rosse fanno pensare alla Val di Non, quando invece siamo nel cuore selvatico del centro Italia. Da cinque generazioni qui si producono mele e ciliegie, latte e formaggi da bovini allevati allo stato semibrado su ottanta ettari di terreno. Il controllo diretto della produzione e della materia prima è la linea guida che i proprietari seguono da sempre e che continuano a seguire nonostante i danni del terremoto.

Per la verità noi siamo stati fortunati – dice Amelia Nibi, 32 anni – perché nessuno dei nostri edifici è caduto. Solo uno non è più agibile, il resto è a posto. Il problema è che non c’è più niente tutto intorno a noi. Siamo rimasti praticamente soli. Subito dopo il sisma abbiamo acquistato una casetta mobile dove abbiamo ospitato tre amici che hanno perso la casa. Ora sono qui con noi, e nel complesso ora siamo dodici in Azienda. Al di fuori ci saranno venti, forse venticinque persone in giro per tutto il comune. Tanti agricoltori hanno fatto avanti e indietro per un po’, poi hanno deciso di vendere: è comprensibile. Noi ci siamo salvati perché ci troviamo in una zona isolata”.

L’isolamento, però, non è solo una fortuna: “Dobbiamo fare trenta chilometri per compare il pane – continua Amelia -. C’è carenza di manodopera, restano problemi con i trasporti. Purtroppo l’intera gestione della situazione è sbagliata, sfasata rispetto ai tempi: ieri mi hanno telefonato dalla Regione chiedendo se fossimo ancora interessati al tendone per la stalla. Adesso? Ormai è arrivata la primavera!”.

In questa zona, oltre ai disagi comunemente causati dal terremoto, c’è un rischio specifico legato al biologico, perché in queste terre la quasi totalità degli agricoltori ha scelto la produzione biologica. Un’eccellenza nostrana che rischia di scomparire. “Purtroppo nessun prodotto che ci arriva dagli aiuti è biologico. Così, se diamo ai nostri animali foraggi non biologici salta tutto. Io li ho sempre rifiutati”.

Nonostante la fatica e i disagi Casale Nibbi non si ferma, e c’è anche l’idea di aprire un agriturismo. In attesa che i permessi siano concessi (e non è scontato), Amelia e i suoi collaboratori vanno avanti più forti e determinati di prima.

“ATTIVI ANCORA … nonostante i continui sismi che scuotono le nostre terre…”, si legge sul sito dell’azienda agricola Alta Montagna Bio di Accumoli, immersa nel verde dei Monti della Laga e dei Monti Sibillini, a un livello di mille metri sul livello del mare, dove pascolano vacche nutrici e vitellini, manzette e vitelloni. La produzione è rigorosamente biologica. “La nostra non è solo un’azienda agricola, è una grande famiglia. Noi come i nostri figli siamo cresciuti con questi animali, e loro sono abituati a noi. Ci conoscono e ci rispettano così come li conosciamo e li rispettiamo”. Si capisce subito che per Guido, Roberto, Rossana e tutti i collaboratori di Alta Montagna Bio andarsene dopo il terremoto non era un’ipotesi da prendere in considerazione.

Le mansioni da svolgere in azienda sono molteplici, dalla produzione dei foraggi e delle granelle, alla gestione della stalla fino alla vendita della carne. Così, anche i proprietari di Alta Montagna Bio, come i giovani gestori di Casale Nibbi, dopo il terremoto sono rimasti ad Accumoli, e con lo stesso spirito combattivo puntano anche loro ad aprire un agriturismo, perché nonostante le difficoltà bisogna sempre guardare avanti.

di Giulia Foschi
Redazione www.biodiversitywar.it
Fondazione BioHabitat

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